Livia e Alberto nell’Ossola “bella e buona”

Racchiudere in poco meno di 300 pagine l’anima dell’Ossola, con le sue montagne, valli, alpeggi, boschi, villaggi, città, bellezze artistiche e prelibatezze gastronomiche: un’impresa riuscita per Livia Olivelli e Alberto Paleari, alpinisti piuttosto eccentrici (milanese, laureata alla Bocconi lei; ossolano doc, guida alpina e scrittore lui) che nella piovosa estate del 2014 si sono messi in cammino lungo i sentieri delle valli ossolane per raccontare ciò che hanno visto, chi hanno incontrato, dove e come hanno alloggiato, mangiato e bevuto.

Sono 53 le gite che ora ci invitano a ripercorrere con loro in “Ossola bella e buona” (MonteRosa edizioni, 264 pagine, 27,50 euro) raccontando di sentieri e sapori dal Monte Rosa alla Val Formazza. “Abbiamo girato per le valli ossolane con spirito curioso”, raccontano nella presentazione in cui si definiscono “two eccentrics in the Alps” e che pubblichiamo per gentile concessione. E aggiungono: “Siamo sempre stati accolti benissimo, non abbiamo quasi mai dovuto chiedere per sapere, ma sempre ci è stato raccontato spontaneamente ciò di cui eravamo curiosi (non è vero che i montanari sono di animo chiuso e taciturni)”. In questo libro di squisita fattura, arricchito da 200 immagini e 78 indirizzi del gusto, Alberto ha impresso il suo inconfondibile stile narrativo (e corrosivo) che ritroviamo in altre sue affascinanti guide di arrampicata dove si inseriscono in modo non casuale spunti di riflessione sull’ambiente, la società, la cultura del posto.

L’immagine complessiva che si ricava da queste pagine è che l’Ossola risulta ancora un mondo da scoprire, dove ad affascinare il turista non sono certo gli ultimi modelli di funivia a sganciamento automatico… Non sorprende che la vera anima dell’Ossola, Livia e Alberto la scoprano anche nelle fragranze del prunent, tra i vigneti della “costa d’oro” rivalorizzati dai nuovi esperti di enologia. O fra le streghe che popolano le meravigliose foreste della valle Antigorio dove il Toce (o la Toce) disegnano pittoresche marmitte. E sempre alternando sacro e profano in una conversazione che è una delizia per le orecchie dei tanti innamorati dell’Ossola.

Ossolabellaebuonacover-300Un racconto alla buona, cammin facendo…

L’ispirazione per questa “Ossola Bella e Buona” non è venuta da “Mountain Inns in Switzerland and the adjacent districts” (1889), opera monumentale del grande alpinista, esploratore, e scrittore William Augustus Brewoort Coolidge (New York 1850, Grindelwald 1926), che non abbiamo letto, ma da un libro intitolato “Ospizi e Antiche Locande Alpine” che è una raccolta di scritti tratti da “Mountain Inns”, curata da Enrico Rizzi per la Fondazione Monti di Anzola d’Ossola e pubblicata dall’editore Grossi nel 1997.

A ben guardare non si può neppure dire che l’ispirazione ci sia venuta da “Ospizi e Antiche Locande Alpine” ma più precisamente solo dal titolo, o se vogliamo, oltre che dal titolo, anche in parte dalla prefazione a quel libro fatta dal Rizzi.

Di questa prefazione e di un brano tratto dall’opera di un altro grande alpinista inglese dell’ottocento: Arthur Cust, di cui alcuni scritti sono stati raccolti da Erminio Ferrari nel 2004 in “Ritorno in Val Formazza” per le Edizioni Tararà, vogliamo qui dare un breve cenno, non fosse altro per incuriosire il lettore, che se vorrà, avrà modo di approfondire su quei testi la conoscenza dei primordi dell’hotéllérie ossolana.

Dalla prefazione a “Ospizi e Antiche Locande Alpine” ci basta qui raccontare un aneddoto riferito dal Rizzi sulla visita a Macugnaga del naturalista ginevrino Horace Bénédicte De Saussure in un giorno del mese di luglio 1789 (ci piacerebbe fosse stato il 14). Non trovando nessuno, racconta il Rizzi citando il “Voyage dans les Alpes”, perché alla vista degli stranieri tutti erano fuggiti, De Saussure si rivolse al curato “per fortuna una persona onestissima”.

Dopo averci offerto qualcosa da mangiare e aver visto le lettere di presentazione per i notabili del paese che non avevamo potuto incontrare perché erano fuggiti, il curato scrisse un biglietto a un signore, presso il quale contavamo di trovare alloggio, il quale però era scappato in montagna a una lega di distanza. Gli fece recapitare il biglietto da un uomo del paese. Rassicurato il signore scese subito dalla montagna e ci alloggiò molto bene”.

A Macugnaga era nata l’industria alberghiera.

Del Cust invece qui ci interessa in particolare la sua lunga permanenza all’Hotel della Cascata del Toce nell’orribile estate del 1889: (avevo ) “atteso pazientemente per settimane che (il tempo) si ristabilisse (un’attesa che mi valse il primato di una permanenza di quasi sei settimane alla Cascata del Toce)”. Durante questa permanenza l’alpinista inglese ebbe modo di acquistare familiarità coi gestori Antonio e Teresa Zertanna e coi loro figli: “mai poi mi sarei aspettato di trovare lassù un cameriere con la cravatta bianca, ci pensò la signora Zertanna a destarmi dallo stupore presentandomi suo figlio. Come altri giovani del suo rango, anch’egli ha seguito l’utile usanza di recarsi nel nostro paese per studiarvi l’inglese. Non vi sono nelle Alpi un ragazzo o una albergatrice più premurosi (a kinder or more considerate hostess is not in the Alps)”. La signora Teresa Zertanna morì poco dopo (dicembre 1898) Antonio sopravvisse ancora a lungo fin oltre il ‘900 e continuò a condurre con i figli l’albergo inaugurato dal padre Giuseppe Antonio nel 1863.

Val qui la pena ricordare brevemente, affidandoci oltre che alla citata introduzione del Rizzi, anche al libro di Riccardo Gerla “La scoperta della Val Formazza” (Tararà 2012), che raccoglie articoli del 1900 pubblicati sul Bollettino del CAI, le vicende alberghiere della famiglia Zertanna, che nell’800 si intrecciarono tra Canza, Reckingen e Zermatt con quelle dei più famosi hotel delle Alpi. Gli Zertanna infatti avevano legami con il villaggio di Reckingen nel Goms. Fu qui che Maria Zertanna aveva sposato agli inizi dell’800 il medico Joseph Lauber con cui fondò un albergo a Zermatt.

Alberto copia
Alberto si aggira beato fra le sue montagne.

Nel 1854, non avendo figli ed essendo ormai anziani i coniugi Lauber cedettero l’albergo ad Alessandro Seiler. Nacque così l’Hotel Seiler Monte Rosa, il più celebre hotel di Zermatt. Sul fornetto del salone Whimper ancora oggi si possono leggere le iniziali J L + MZ (Joseph Lauber + Maria Zertanna) 1852. AS + CC (Alessandro Seiler + Catherina Cathrein) 1888.

Non vorremmo che queste poche righe, dedicate agli antichi alberghi dell’Ossola, inducessero il lettore a credere che il nostro sia un libro sulla storia dell’ospitalità di questa valle, o sull’ospitalità offerta ai giorni nostri da questa valle, o una specie di guida Michelin, o un Baedeker delle montagne ossolane. Il nostro, è, o almeno vorrebbe essere, come lo furono libri dei viaggiatori inglesi dell’ottocento, il libro di due alpinisti, che si mettono per strada, e raccontano dove sono andati, che cosa hanno visto, chi hanno incontrato, dove e come hanno alloggiato, che cosa hanno mangiato e bevuto, quali considerazioni e riflessioni ha provocato in loro ciò che hanno visto (quando ciò che hanno visto ha provocato pensieri e riflessioni).

Quasi tutte le gite sono state fatte nella piovosissima estate del 2014, forse ancora più piovosa di quella che passò Cust nel 1889 in Val Formazza, moltissime erano già conosciute (o straconosciute) da almeno uno degli autori, qualcuna invece ha costituito una novità per ognuno di loro.

Naturalmente già prima di questa, sono state stampate molte guide escursionistiche dell’Ossola, certamente ben fatte e spesso più complete della nostra, da anni esistono anche guide sulla gastronomia e gli alberghi, gli alpeggi e i formaggi, perfino sui vini, e moltissime che raccontano anche la storia locale, le antiche usanze e le tradizioni, le curiosità, le bellezze artistiche, ma pensiamo che la novità della nostra sia quella di raccontare, alla buona e come ci è capitato di incontrare camminando (strada facendo) ciò che abbiamo visto, sentito, gustato, odorato e toccato.

Solo alla fine, rileggendo il nostro lavoro, ci siamo accorti che in qualche modo assomigliava agli scritti dei viaggiatori inglesi dell’ottocento, anche nel raccontare in prima persona le avventure di viaggio, nel descrivere con partecipazione una persona incontrata, un panorama, un monumento, una pietanza gustata con particolare piacere, un vino bevuto con gioia, il modo di cucinare un piatto raccontato da un grande cuoco o da una massaia di una valle sperduta.

Abbiamo girato per le valli ossolane con spirito curioso, siamo sempre stati accolti benissimo, non abbiamo quasi mai dovuto chiedere per sapere, ma sempre ci è stato raccontato spontaneamente ciò di cui eravamo curiosi (non è vero che i montanari sono di animo chiuso e taciturni). Soprattutto non abbiamo dovuto dire quasi a nessuno che eravamo lì per scrivere un libro, e siamo sicuri che per la maggior parte dei produttori di formaggi, salumi, vini, per tutti i negozianti, i gestori di ristoranti, locande, rifugi alpini citati, l’apparire fra le nostre pagine costituirà una sorpresa. Nei nostri giudizi siamo stati il più sinceri possibile, e se in tutto il libro non c’è una stroncatura è perché le poche volte, forse due o tre, in cui non ci siamo trovati bene, abbiamo preferito tacere, sapendo quanto sia difficile accontentare sempre tutti, e che anche ai meglio intenzionati e capaci può succedere di sbagliare o di incontrare una giornata in cui niente va per il verso giusto.

La scelta delle gite è avvenuta di volta in volta, una richiamando l’altra. Non abbiamo rinunciato alle più famose ma siamo stati incuriositi da quelle sconosciute anche a noi. Tranne poche eccezioni tutte le gite descritte sono abbastanza abbordabili e la maggior parte brevi, ma non ne mancano tre o quattro lunghe e abbastanza impegnative.

La parte relativa all’Alpe Veglia e alla Val Divedro è stata redatta da Lisanna Cuccini nata a Varzo dove vive, e di cui è stata per dieci anni presidente della sezione del CAI, è insegnante, alpinista, poetessa, profonda conoscitrice delle sue montagne. A lei va tutta la nostra gratitudine per le belle pagine che ha voluto regalarci.

Il titolo di questa breve introduzione è una parafrasi di quello che Ronald W. Clark diede alla biografia di Coolidge: An Eccentric in the Alps (The story of W. A. B. Coolidge, the Great Victorian Mountaineer. Museum Press, London 1959). Pur senza naturalmente aver raggiunto le sue vette di eccentricità, e tantomeno quelle alpinistiche, anche Livia e io crediamo di esserci meritati, con questo nostro primo libro scritto a quattro mani, la fama di “eccentrics in the Alps”.

Livia Olivelli e Alberto Paleari

da “Ossola bella e buona”, MonteRosa edizioni, per gentile concessione

 

MonteRosa edizioni, via della Retia 8 , 28836 Gignese (VB), tel 0323.208453 – email: info@monterosaedizioni.it

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