Camosci in pericolo? Ipotesi inquietanti

Gli individui giovani di camoscio alpino (Rupicapra rupicapra) oggi pesano in media il 25 per cento in meno rispetto agli animali della stessa età di 30 anni fa. E’ quanto affermano i ricercatori dell’Università di Sassari e di Durham, in Inghilterra. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Zoology e ripreso in un servizio su National Geographic. Effetto dei cambiamenti climatici? In Italia il camoscio è diffuso sui pendii montani delle Alpi con una popolazione che nel 1995 contava più di 100.000 unità e che è in espansione: 124.000 nel 2008, di cui 19.500 in Lombardia (da: “Rapporto sulla fauna selvatica in Lombardia”). La maggiore presenza di individui è riscontrabile nelle province di Trento, Bolzano e Verona (Prealpi Veronesi) e in Piemonte, nei cui territori risulta al momento concentrato il 62% dei camosci alpini italiani.

Camoscio su National Geographic
Le ricerche degli studiosi delleUniversità di Sassari e di Durham nell’annuncio dato da National Geographic.

Dal punto di vista delle cifre, la ricerca citata è certamente attendibile. Diverso può essere tuttavia, secondo altri esperti, il modo di interpretare i dati. Certamente esiste una correlazione tra clima, vegetazione e peso dei capi. Tuttavia le cause della riduzione di peso potrebbero essere di diverso genere. Tra queste il notevole incremento demografico e i cambiamenti ambientali dovuti sia al clima sia all’abbandono della montagna e della sua cura.

“Non sappiamo ancora quali effetti possa avere il cambiamento climatico sulla popolazione di questi animali”, ha spiegato Stephen Willis, dell’Università di Durham, “ma è possibile che possa addirittura compromettere la sopravvivenza dei camosci”.

Il calo di dimensioni del camoscio potrebbe avere un ulteriore risvolto negativo, secondo l’interpretazione fornita da National Geographic: se è vero infatti che la taglia più piccola potrebbe consentire loro una maggior resistenza alle temperature elevate, allo stesso tempo li esporrebbe di più ai rigori dell’inverno. A maggior ragione dovranno tenerne conto gli organizzatori sulle Alpi del sempre più diffuso eliski che a giudizio unanime rappresenta un elemento di disturbo per la fauna alpina in un periodo particolarmente delicato per la sua sopravvivenza. E dovranno tenerne conto i pubblici amministratori per i quali la tutela dell’ambiente risulti tra gli interessi prioritari.

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