Comici, geniale precursore. Ripubblicato “Alpinismo eroico”

Alpinismo eroico
Il libro di Comici ripubblicato in edizione anastatica.

Archeologia alpinistica? Potrebbe risultare un insulto questa definizione per le orecchie di alcuni storici dell’alpinismo che ritengono “Alpinismo eroico” di Emilio Comici (1901-1940) ripubblicato in edizione anastatica da Hoepli (320 pagine, 34,90 euro) la testimonianza di un’arte arrampicatoria tuttora attuale. Pubblicato originariamente nel 1942, vi sono raccolti tutti gli scritti dell’alpinista triestino con le relazioni delle salite compiute tra il 1925 e il 1940. La seconda parte contiene le testimonianze di grandissimi alpinisti dell’epoca come Julius Kugy, Tita Piaz, Giuseppe Pirovano e tanti altri. Insomma: fu un geniale precursore o l’ultimo dei grandi alpinisti? Per saperne di più, da un paio anni è tornato in libreria, sempre per i tipi della Hoepli anche il celebre volume di Severino Casara “L’arte di arrampicare di Emilio Comici”, arricchito con una postfazione di Spiro Dalla Porta-Xydias, autore di due biografie su Comici e anello di congiunzione tra il mondo dell’alpinismo vissuto e praticato da Comici e quello odierno. La prima parte del volume contiene considerazioni, lettere (tra cui 18 autografi fuori testo) e imprese del grande alpinista, la seconda parte è fotografica, con ben 342 tavole, unica nel suo genere. Edito da Hoepli, il libro consta di 540 pagine in formato 17×24, rilegatura in brossura con le alette, e 19 euro è il prezzo di copertina. Comici, della cui scomparsa ricorreva il 19 ottobre il 74° anniversario, viene ricordato per la sua concezione della scalata come espressione artistica, teorico della “via della goccia cadente”, dell’eleganza e dell’armonia dello stile come fattore di sicurezza e di risparmio di energie ma soprattutto di corretta disposizione interiore e di perfetto controllo dei propri nervi.

Fu un innovatore nella tecnica e nella progressione artificiale, pioniere nell’uso della corda a forbice e nell’impiego delle staffe, ma – teneva a precisare – “la tecnica non deve assolutamente offendere la montagna: e noi la miglioriamo soltanto per avere la possibilità di avvicinarsi ad essa, nei suoi posti più reconditi, più difficili, ma più belli”.

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Emilio Comici (1901-1940)

Amava la musica, suonava bene il pianoforte e la chitarra, era brillante nei suoi scritti e nelle sue conferenze. Veniva celebrato come un mito dai media dell’epoca, alla ricerca – in ogni campo – del riscatto del prestigio nazionale. “Divenne il simbolo dell’audacia. Quand’era vivo si parlava di lui come di una creatura astrale, dopo la sua morte si continuò a parlare di lui come di una figura da leggenda”. “The first rockstar”, viene definito oggi con un simpatico doppio senso in un sito di rocciatori inglesi. Comici fin da ragazzo praticò la cultura fisica con la costanza e l’impegno che lo accompagnarono per tutta la vita, considerandola a ragione il fattore più importante dei propri successi sui monti. Appena finita la prima guerra mondiale, fece parte del gruppo di giovani che costituirono l’Associazione XXX Ottobre, oggi sezione del CAI ma allora associazione “polisportiva”, nella quale – accanto a varie sezioni agonistiche – in pochi anni venne creato un forte gruppo speleologico.

Scrivono oggi i rocciatori inglesi che “la sua gioia per la vita lo fece salire alle stelle nella corsa verso la celebrità”: però egli realizzò le più grandi imprese nel suo periodo più grigio, la malinconica estate del 1937, con le salite solitarie a tempo di record sul Campanil Basso di Brenta (via Fehrmann e via Preuss) e soprattutto sulla Cima Grande di Lavaredo – per la via nord che aveva aperto quattro anni prima con i fratelli Dimai – in tre ore e tre quarti. La gioia per la vita riusciva a ritrovarla, semmai, in parete. “E’ bello, bello assai arrampicare tutto libero”, scrisse, “su una parete che strapiomba, veder fra mezzo alle tue gambe quel vuoto e sentire di poterlo dominare con le sole tue forze. Io quando arrampico da solo guardo sempre giù per inebriarmi del vuoto, e canto dalla gioia”. Su Comici fascista per amore o per forza si esprime qui il triestino Luciano Santin, giornalista e scrittore raffinato, acuto indagatore della storia dell’alpinismo e dei suoi protagonisti.

 

Monumento a Comici
Un monumento in bronzo ricorda Comici nei pressi di Selva di Val Gardena, dove l’alpinista triestino è precipitato domenica 19 ottobre 1940.

Oltre il mito

Settant’anni dovrebbero bastare per guardare oltre il mito Comici che, mistificato e usato dal regime fascista dopo la sua morte, non poté in seguito guadagnarsi quella redenzione concessa invece a Castiglioni, Cassin, Chabod e altri. Si preferì così ricordarlo enfatizzando le imprese e lasciando l’uomo nell’ombra, com’è del resto per tanti alpinisti che sembrano esistere soltanto in funzione della montagna.

Ma in Comici stile di salita e risultati derivavano dall’uomo e dal modo di porsi nei confronti della vita, caratterizzato da una integrità rara e da una piena disponibilità verso il prossimo. Nelle pagine che ci ha lasciato affiora quel costante assillo morale che il Pancrazi indica come il tratto più significativo comune a tutti gli autori giuliani, un imperativo etico che impronta l’arrampicata perché permea la vita.

Anche il ricorso alla progressione artificiale, mal visto dagli esponenti della vecchia scuola, fu alla fin fine parco, e segnato da dubbi. Comici, secondo Casara, parlava di “chiodi che salvano una vita ma tradiscono la mon­tagna”, e raccontando della sua ripetizione solitaria alla nord di Lavaredo ebbe a commentare: “C’erano tanti chiodi… povera parete”.

Per umanità, mitezza, ma anche per rigore personale, il carattere di Comici si pone insomma ben distante dall’ideale fascista, con cui al massimo condivide l’“eroismo” dell’azione in montagna. Certo, cresciuto nell’accesa temperie triestina, Emilio nutrì un alto e ingenuo amore di patria. E indossò, come tanti, l’orbace per acritica adesione e ciò che allora era il Paese. I compagni di lavoro ai Magazzini Generali lo consideravano però un libertario mazziniano, e malgrado gli exploit, e il primo VI grado italiano, non gli venne assegnata se non alla memoria quella medaglia d’oro al valore atletico andata ad altri alpinisti (come Gervasutti, Carlesso, e i già citati Cassin e Chabod). Anche l’incarico di commissario prefettizio a Selva arrivò tardi, per interessamento del sottosegretario Buffarini Guidi, rimasto basito quando, dopo un’esibizione in roccia organizzata per la visita del ministro franchista Ramòn Serrano Suñer, l’asso della scalata gli aveva confessato di faticare a mettere insieme il pranzo con la cena.

Comici era disarmato, fragile di fronte ai portati negativi del successo, invidia in primis. Quando divenne guida, per vivere di montagna, i colleghi di Cortina lo boicottarono al punto da farlo “emigrare” a Misurina dove mani sconosciute incendiarono il capanno con la sua attrezzatura di scalatore e maestro di sci. Il CAAI lo espulse per indegnità – il brevetto, appunto – con voto decisivo di Angelo Manaresi, viceministro fascista della guerra e padre-padrone della montagna. Probabilmente l’alpinista triestino non fu tra i suoi protegé, e Comici, quando gli scrisse per rivendicare la salita alla Nord della Grande di Lavaredo (che i cortinesi cercavano di accreditare ai Dimai), candidamente usò il Lei invece del Voi.

De mortuis nisi, ma Comici un buono lo fu davvero. Le testimonianze in questo senso si sprecano: la famiglia di sfollati che nella guerra ’14-18 il piccolo Emilio si portò a casa; il “permesso” accordato alle guide che gli facevano concorrenza abusiva sul territorio, lo scudo con il corpo a Cyril Escher, costato lacerazioni a un braccio e a una gamba; il sollecito aiuto ai cittadini di Selva, i tanto vituperati dableiber.

Riuscì persino, Comici, a strappare parole commosse anche a un barabba come Tita Piaz, che in “A tu per tu con le crode” ricorda il difficile soccorso notturno compiuto con lui sul Catinaccio.

“Lascio gli altri ad incensare l’alpinista e a decantarne le gesta; a me soprattutto interessa l’uomo e la sua anima grande”, ha scritto il “diavolo”. “Emilio rimase alpinista nobile, cavalleresco, innamorato della montagna nel senso più puro della parola, disinteressato sino alla prodigalità, anche quando dovette maneggiare la corda per vivere nelle nostre, nelle sue montagne, dove anche il libero pensatore canta a Dio il suo osanna”.

Luciano Santin

 

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