L’energia “verde” che fa male ai fiumi: un appello nazionale per la qualità dei corsi d’acqua

econnect: Flusslauf/Biodiversitaet
Ph. Heinz Heiss, archivio CIPRA per gentile concessione.

Un appello nazionale per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico è stato lanciato dal Centro italiano per la riqualificazione fluviale (CIRF). Il documento è stato presentato domenica 9 novembre nella sala del Centro civico a a Sospirolo (Belluno) nel corso dell’incontro “SOS Fiumi” con la partecipazione del Comitato bellunese Acqua Bene Comune, CIRF, WWF Italia, Mountain Wlderness, Legambiente, CAI e Associazione dei pescatori.

Numerosi amministratori comunali vedono nello sfruttamento idrico una delle poche possibilità di far quadrare i magri bilanci. Un esempio delle conseguenze di tale politica? Di captazione in captazione, di condotta forzata in condotta forzata, di centralina in centralina, ci si avvicina alla totale artificializzazione del bacino del Piave (che già nei primi anni ’90, prima di quest’ultimo assalto, era valutata in oltre il 90% delle sue acque, collocandolo in cima all’elenco dei fiumi più sfruttati d’Europa).

Il contributo energetico di questa pioggia di nuove concessioni risulta modestissimo, urge piuttosto una moratoria, uno stop alle nuove captazioni. Pena il ritrovarsi con le montagne disseminate di relitti di piccole centraline vissute per il solo breve lasso della durata degli incentivi.

“L’esigenza di scrivere questo documento”, spiegano il direttore del CIRF Andrea Goltara e il presidente Bruno Boz, “nasce da una constatazione semplice: negli ultimi anni il numero di domande per la realizzazione di nuove derivazioni e impianti idroelettrici (in genere di taglia piccola o molto piccola) è cresciuto in modo esponenziale in molte regioni italiane, con migliaia di richieste in fase di valutazione e migliaia di km di corsi d’acqua che potrebbero essere a breve derivati”.

SOS Fiumi a Sospirolo“Questo ‘nuovo periodo’ per l’idroelettrico”, sostengono Goltara e Boz, “è coinciso con uno dei passaggi più complessi in termini di pianificazione relativa ai corsi d’acqua, con tutti i problemi connessi ai gravi ritardi nell’implementazione della Direttiva 2000/60/CE e il conseguente rischio di procedimenti di infrazione. Questa sovrapposizione anche temporale fra l’esigenza di incrementare la produzione di energie rinnovabili per conseguire gli obiettivi della Direttiva 2009/28/CE e quella di tradurre in pratica gli obblighi di classificazione, tutela e miglioramento dei corpi idrici imposto dalla Direttiva Quadro Acque ha creato e sta creando molti conflitti e generando scelte alquanto contraddittorie, che stanno producendo conseguenze ambientali gravi, ma in relazione alle quali non sembra che ci sia ancora sufficiente consapevolezza. L’intrinseca difficoltà di conciliare obiettivi spesso contrastanti si unisce alla mancanza di un quadro informativo complessivo chiaro e condiviso, alla scarsa pianificazione strategica, alla grave sottovalutazione dei rischi potenziali sullo stato ecologico dei corpi idrici (e sui servizi ecosistemici ad essi associati) legati alla realizzazione di nuovi impianti e nel complesso ad una scarsa visione di insieme del fenomeno”.

Da quanto riportato nel documento del CIRF, che affronta nel dettaglio questi aspetti, si nota innanzitutto che il mutato quadro conoscitivo sugli impatti generati dagli impianti idroelettrici sullo stato dei corsi d’acqua stenta ad essere tradotto in misure tangibili. Le azioni di mitigazione attuate sono ancora del tutto insufficienti e nella maggior parte dei casi non affrontano adeguatamente temi chiave quali ad esempio la riduzione degli impatti dell’alterazione idrologica, incluso l’hydropeaking, la gestione dei sedimenti (in particolare quelli accumulati negli invasi), o l’impatto cumulativo legato alla presenza di molti impianti in serie. Insufficienti appaiono anche la trasparenza e i controlli relativi al rispetto delle misure di mitigazione già oggi imposte.

Eppure, nonostante queste evidenti carenze relative alle migliaia di impianti esistenti, si sta procedendo a ritmo serrato a dare impulso (tramite gli incentivi e creando un substrato normativo favorevole) a nuovi impianti, quasi tutti di piccola taglia: tra il 2009 e il 2013 il numero di impianti di potenza inferiore a 1 MW è aumentato di 673 unità (da 1270 a 1943) con un incremento in termini di numerosità pari a circa il 53% ma con un aumento di potenza installata (rispetto al totale dell’idroelettrico nel 2009) di solo lo 0,8%!

Sono in molti ormai a chiedersi se questo impiego di risorse pubbliche sia ragionevole e porti ad effettivi benefici ambientali, oppure se stia solo alimentando un grande processo speculativo, che crea molti impatti e pochi benefici in termini strategici (anche in considerazione del fatto che gli obiettivi nazionali in termini di produzione idroelettrica, peraltro non cogenti, sono già stati raggiunti).

Del tutto infondato appare il principio “piccolo impianto = piccolo impatto” che sta portando alla scomparsa degli ultimi corpi idrici realmente inalterati presenti nel territorio nazionale e a una palese violazione della Direttiva Quadro Acque a fronte di benefici energetici trascurabili. L’attuale politica di incentivazione andrebbe dunque radicalmente rivista.

Leggi qui il documento “L’energia verde che fa male ai fiumi”

Condotta forzataMa l’Enel è di parere opposto…

Con il termine “mini-idro”, spiega un documento dell’Enel, si intendono convenzionalmente le centraline idroelettriche con potenza fino a 10 MW. Si tratta di impianti di diversa tipologia rispetto a quelli di potenza maggiore. Infatti, mentre questi ultimi richiedono grandi opere di sbarramento (dighe) ed estesi laghi artificiali per l’accumulo dell’acqua, i mini impianti funzionano in pratica come i vecchi mulini (ovviamente in versione high-tech), praticamente senza impatti sull’ambiente. Presentano anzi, sempre secondo l’Enel, numerosi vantaggi ambientali. Innanzi tutto forniscono energia senza immettere nell’ecosfera sostanze inquinanti, polveri, calore e gas ad effetto serra, contribuendo così a ridurre sia l’inquinamento locale, sia il riscaldamento globale.

Dal punto di vista energetico, è la conclusione dell’Enel, gli impianti “mini idro”, pur essendo di limitata potenza unitaria, possono diventare complessivamente molto numerosi, e quindi apportare un contributo non trascurabile alla produzione elettrica nazionale. Si tratta anzi di una fonte di energia considerata indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi europei di riduzione delle emissioni climalteranti tramite un maggiore ricorso alle fonti rinnovabili.

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