CAI-FMI: quell’accordo non s’aveva da fare

“È inopportuno attivare tavoli di discussione per trattare con le associazioni di categoria la spartizione dell’uso del territorio…”. Così si esprime Renata Viviani, presidente del Club Alpino Regione Lombardia, in una lettera inviata il 27 settembre a Umberto Martini, presidente generale del CAI. Un ammonimento perentorio, inusuale nelle procedure interne del sodalizio, che sono tendenzialmente di stampo burocratico. Si riferisce a quanto pubblicato sul sito istituzionale e, analogamente, sul notiziario on line, in merito all’incontro intervenuto “nel corso dell’estate” tra la presidenza Cai e il vertice AMI (Associazione motociclistica italiana) per “inaugurare un nuovo corso di reciproca e produttiva convivenza”. I virgolettati sono riferiti appunto a quanto risulta scritto su sito e sull’house organ che riportano per intero le dichiarazioni di Martini e di Paolo Sesti, presidente dell’associazione dei motociclisti in forma di comunicato stampa congiunto CAI-FMI.

E’ mai possibile, c’è da chiedersi, che una grande associazione ambientalista possa andare a braccetto con i nemici dell’ambiente? E possibile mai che la cosa possa passare sotto silenzio nella grande famiglia del CAI? Com’era prevedibile, nonostante l’atmosfera vacanziera, la notizia non è passata inosservata come forse ingenuamente si sperava. E ora del disagio diffuso tra i soci è testimonianza la lettera (che è possibile scaricare a questo link lettera-cdr-lombardia-martini-moto-sentieri-2014) mandata dalla delegazione lombarda ai massimi vertici del Club alpino.

Fin dalle prime righe quell’aggettivo “inopportuno” denota il clima di disagio che si è creato. E sta a significare una cosa sola: che nel trattare con i fautori dei fuoristrada non si è deliberatamente tenuto conto della dura battaglia combattuta dal CAI regionale contro una sciagurata legge della Regione Lombardia, il PDL 124, che prevede la deroga al divieto di circolazione dei mezzi motorizzati sui sentieri, mulattiere e boschi. Battaglia condotta in primavera con una raccolta di firme e diversi decisi pronunciamenti del CAI regionale, come MountCity ha ampiamente riferito. Una battaglia persa poiché la giunta regionale ha infine approvato la sciagurata legge l’8 luglio. Un triste giorno per i boschi e i sentieri della Lombardia. E una vittoria per la lobby dei venditori di veicoli fuoristrada, di cui l’FMI è emanazione.

Un’inattesa doccia fredda non può quindi che venire considerato questo accordo congiunto. Perché, come denuncia la lettera inviata al CAI dalla delegazione lombarda, questo tipo di accordi è doppiamente dannoso: sia all’immagine del CAI che si mostra incoerente e incapace di tenere dritta la barra del timone su inderogabili indirizzi ambientali, sia e soprattutto perché “è inopportuno trattare”, afferma la Viviani, “con le associazioni di categoria la spartizione dell’uso del territorio… mentre il confronto deve avvenire negli ambiti istituzionali, dove vi è chiarezza di ruoli e di obbiettivi”.

Ora nel documento dei soci lombardi si chiedono perentoriamente “spiegazioni e approfondimenti sul significato di quanto dichiarato nel comunicato congiunto CAI FMI”. E con altrettanta decisione chiedono chiarezza i 40 mila firmatari dell’appello rivolto al Consiglio della Regione Lombardia prima del voto di una legge che risulta così difficile se non impossibile digerire dagli amanti della natura e dei suoi silenzi.

L.S.

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