Tutto Messner in 70 “selfie”

“Il mio alpinismo è fallito”, dice il settantenne Reinhold Messner, e Michele Serra su Repubblica del 19 settembre vi sente l’eco del Giorgio Gaber della “mia generazione ha perso”. Un rigurgito di malinconie senili, forse.

Secondo l’opinionista, che non nasconde comunque le sue simpatie (ampiamente condivisibili) per Reinhold, il grande scalatore ha ragione nel descrivere a fosche tinte il turismo di massa, con gli ottomila trasformati in giganteschi ascensori e l’inesorabile prevalere dell’approccio sportivo e consumistico. Ma sbaglia Reinhold nel ritenere che l’alpinismo ai nostri giorni non offra più niente di buono. Permangono, nei giovani di oggi, l’entusiasmo, la voglia di scoprire e di scoprirsi interiormente mettendosi in gioco, la voluttà nell’inserirsi nelle tracce dei Messner e dei Bonatti e di emularli, conclude più o meno Serra.

Da tempo Messner batte questo tasto del fallimento, facendone un tormentone che rilancia nel suo ultimo libro autobiografico (“La vita secondo me”, Corbaccio, 333 pagine, 16,90 euro). Curiosamente la sua vicenda umana, peraltro già ampiamente esplorata in decine di altri libri anche sotto forma di compiacenti interviste, viene ristrutturata in 70 “selfie” che lui stesso si è scattato con un ipotetico telefonino, tanti quante sono le sue primavere.

Mi spiego meglio. Coraggio, Cammino, Fiducia, Ricerca, Rinuncia, Destino, Libertà sono sette delle settanta parole chiave, altrettanti pretesti che il re degli ottomila si concede per mostrarsi come in un variopinto mosaico tra miserie e splendori, rischi mortali e successi planetari. Buon per lui, ha colto nel segno e già sta scalando le classifiche dei best-seller, come si può dedurre dal Tuttolibri della Stampa del 20 settembre.

Niente da dire, il libro gli calza a pennello. Anche se continuo a pensare che una biografia non autorizzata potrebbe fissare meglio certi aspetti anche contraddittori della sua complessa personalità e chiarire scomodi episodi come la pubblicità che fece per un fucile da caccia (raccontò di essersi prestato per accontentare un amico…).

No, non sembrano affievolirsi, nonostante l’aria rassegnata e malinconica che traspare in copertina nel ritratto in bianco e nero di Arne Schultz, la grinta e l’entusiasmo che lo hanno imposto ai media quando era reduce dalla fantastica cavalcata sugli ottomila e da un Everest salito dapprima senza ossigeno e poi in solitaria. Quando, sotto gli occhi di chi scrive, faceva irruzione sotto i riflettori nella sua tenuta da hippie in affollati palazzetti dello sport. E non si negava, che io ricordi, quando si trattava di celebrare in Val Masino, nel 1987, cinquant’anni di scalate del leggendario Riccardo Cassin. Arrivò puntuale, disponibile e subito l’evento salì di tono alla faccia degli alpinisti che, invidiosi del suo successo, lo criticavano.

Chi ha carattere ha anche un caratteraccio e sotto questo aspetto Messner ha finito per intendersela, sia pure sul filo del traguardo, con il venerabile Walter Bonatti che parlando e polemizzando aveva sentenziato fin dagli anni Settanta, ben prima di Reinhold, che “l’alpinismo ora è fallito”. Si rileggano le sue interviste sui rotocalchi dell’epoca!

Come avrebbero potuto due personalità così forti andare d’amore e d’accordo? Dell’indimenticabile Walter, Reinhold ha messo perfino in dubbio la proverbiale purezza d’intenti esponendo beffardamente nel museo “Curiosità alpine” di Solda lo “zaino Bonatti” della ditta Millet. Erano peraltro gli anni in cui Walter, pentito di averlo tanto lodato, spiegava acido al sottoscritto cronista di “aver parlato anche troppo di questo Messner”.

Acqua passata. Dettagli di cui non trovo traccia nella pur apprezzabile biografia che mi sono precipitato a comprare alla Feltrinelli. Noto tra l’altro che, curiosamente, il titolo autoreferenziale di questo suo recente volume (La vita secondo me) arieggia uno degli ultimi scritti da Bonatti (Il mio modo di essere). Pura coincidenza?

Oggi è anche Alessandro Gogna, alpinista eccelso, che con Messner ha coraggiosamente condiviso le prime fasi della grande avventura ambientalista di Mountain Wilderness, a manifestargli nel suo blog un rispettoso dissenso.

“Messner nega l’esistenza stessa di un alpinismo tradizionale odierno? Questa negazione non risponde al vero. Anche i meno informati”, spiega ora Gogna, “possono seguire le cronache di ogni giorno, sui portali internet e sulle riviste specializzate: in mancanza di questi, basta solo seguire annualmente il Piolet d’Or, dove perfino quelle imprese alla fine ‘non nominate’ hanno un valore assoluto che trova il suo posto nella scala evolutiva. Figuriamoci le finaliste!”.

Lo confermo, nel mio piccolo. Se oggi Messner dichiara in un’intervista a Repubblica (domenica 31 agosto) che i suoi settant’anni se li sente tutti, i suoi scritti denotano un’inesausta vitalità e una notevole coerenza. Pur lasciando spazio a caute revisioni del suo pensiero. Come quando, un paio d’anni fa, gli feci presente, intervistandolo a Castel Firmiano, che non tutto l’alpinismo è da buttare se è vero che ogni anno il Riconoscimento Consiglio del Cai ha il pregio di premiare scalate avventurose, compiute in terreni estremi e in un clima di assoluta esplorazione.

Reinhold mi ascoltò in silenzio forse per rispetto della mia barba più bianca della sua. “Allora mi correggo”, concluse, “c’è un venti per cento di alpinisti che ancora meritano di essere presi in considerazione. Anche se deploro che oggi si considerino le montagne come delle piste dove tutto è permesso”.

Ser

One thought on “Tutto Messner in 70 “selfie”

  • 23/09/2014 at 11:34
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    ” i suoi scritti denotano un’inesausta vitalità e una notevole coerenza.” Lascerei perdere questa frase. Basterebbe leggere questo libro, una spietata e correttissima analisi dei testi di Messner stesso sulla vicenda del Nanga Parbat per capire che la coerenza non è il suo forte… (Jochen Hemmleb, NANGA PARBAT 1970, Versante Sud edizioni)

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