Padri di famiglia sulla linea del rischio

Il tema ricorrente dei problematici rapporti con la famiglia di chi rischia per professione o per pura passione riaffiora con forza nel bel libro “Sulla linea del rischio” (Versante Sud, 327 pagine, 19,50 euro) appena arrivato sugli scaffali. Ne è autore l’alpinista scozzese Andy Kirkpatrick, vecchia conoscenza degli appassionati grazie a “Psycho Vertical”, altra spietata autoanalisi tra estasi e tormenti pubblicata dall’editore milanese. Guadagnarsi da vivere rischiando è la mission di Andy. E dunque salire tiri sempre più difficili alla ricerca di un’affermazione personale che è parte integrante di una professione affascinante ma spesso ingrata. Con una scoperta finale, dopo decine di esperienze estreme: arrampicare per una persona è la parte più semplice, mentre la vita normale è la vera lotta.

Bella scoperta, si dirà…

La prosa di Kirkpatrick si legge con piacere per quel suo stile vagamente disincantato, in un susseguirsi di racconti di viaggio e stimolanti récit di ascensioni. Oltre a una parentesi lavorativa “normale” sul set della “Fabbrica di cioccolato”, un film di fiction dell’eccentrico Tim Burton, che ha visto impegnato l’autore quale responsabile della sicurezza.

Ma ciò che sorprende piacevolmente è l’emergere tra queste pagine della figura di Jean-Christophe Lafaille, un eccellente alpinista francese che è facile ritrovare con una fruttuosa ricerca su Google.

Che cosa c’entra in questo contesto Lafaille? A un certo punto della sua attività, Kirkpatrick decide di impegnarsi nella ripetizione di una via di misto tracciata da Jean-Christophe sui Grand Montets. Affronta così “in condizioni tipicamente scozzesi” una settimana di tempesta, soffre crisi di fame e di freddo, supera passaggi rischiosissimi. Ma a un tipo tormentato come Kirkpatrick la Via Lafaille dimostra che “con amore puoi superare la maggior parte delle cose: amore per te stesso, per il tuo compagno, trattandolo con lo stesso riguardo che avresti per te, e amore per la montagna”.

Il nuovo libro di Versante Sud.
Il nuovo libro di Versante Sud. Nella foto in alto Jean Christophe Lafaille al self service del Trentofilmfestifal nel 2006 prima di affrontare la sua ultima sfida mortale al Makalu.

E infine con Lafaille, perso e mai più ritrovato sul Makalu, l’autore si accorge di avere delle affinità non solo alpinistiche. Non esclusa quella di essersi costruito un precario avvenire mettendo su casa, e di essere diventato padre di un bambino in tenera età cercando di organizzarsi un’esistenza “normale” così come aveva fatto Jean-Christophe prima di morire.

Qualcuno ricorda il piccolo grande Lafaille nel 2006, quando era neopapà, spingere al Trentofilmfestival la carrozzina con il pargoletto. Sotto il tendone del “campo base” al Centro Santa Chiara, quel giorno si presentò con il vassoio del self service come un tranquillo monsieur Dubois. Prese posto accanto all’amico Patrick Berault, altro grande dell’alpinismo transalpino prematuramente scomparso, e parcheggiò lì vicino la carrozzina continuando a tenerla d’occhio finché non fu sicuro che il piccoletto si era assopito.

Quell’aria vacanziera, quella sua contenuta allegria, ha fatto per un attimo sospettare che l’intrepido Jean-Christophe fosse venuto a più miti consigli nella sua ricerca di nuove esperienze estreme. Ma non è stato così. I ripetuti incidenti in alta quota non lo avevano affatto piegato.

Lafaille aveva nel cuore sopra ogni altra cosa i colossi himalayani, come si può dedurre anche dalla lettura della “voce” che Wikipedia gli dedica. E tutto ciò nonostante lo rodesse il tragico ricordo della ritirata di cinque giorni, solo e gravemente ferito sulla parete Sud dell’Annapurna, dopo che il compagno di scalata Pierre Begin era volato via per sempre sotto i suoi occhi.

Nel 2006 non ce l’ha però fatta a sopravvivere sul Makalu come, in precedenza, era invece capitato miracolosamente all’Annapurna. Si è volatilizzato alla fine di gennaio di quell’anno mentre tentava la prima invernale al “Grande Nero”, 8500 metri.

In solitaria, come era abituato a fare.

Sua moglie Katia che lo aveva accompagnato in Nepal per questa nuova avventura fu la prima ad annunciare malinconicamente sul web che le ricerche erano state sospese.

Diede esempio di stoica saggezza anche nelle pagine di un libro questa donna che, benché da poco mamma, aveva messo anche questa ipotesi estrema sul conto della sua vita affettiva. “La vita ha delle ragioni che la ragione ignora”, sono state le parole della signora Lafaille nella biografia “Senza di lui” pubblicata nei Licheni dell’editore Vivalda.

Nato a Gap nelle Hautes Alpes il 31 marzo 1965, Lafaille era un irreprensibile professionista della montagna. Insegnava all’ENSA (Ecole nazionale de ski et alpinisme) di Chamonix, un’istituzione di livello mondiale. Dotato di grande versatilità su tutti i terreni, era considerato tra i grandi interpreti dell’alpinismo moderno, amato e stimato nel difficile ambiente dell’avventura in alta quota. In verità qualche screzio c’era stato con il nostro Simone Moro che gli aveva “soffiato” alla fine del 2004 la prima invernale del Shisha Pangma. Jean Christophe rivendicava, nei confronti di Moro, la priorità della scalata giocando su una personale interpretazione del calendario gregoriano.

Acqua passata e amici come prima, si può immaginare.

Il libro di Kirkpatrick getta ora una bella e meritata luce sul collega Jean Christophe. Le pagine che gli vengono dedicate sono sicuramente uno dei motivi, non il solo, che ne giustificano la lettura. E fa piacere apprendere che anche questa volta l’alpinista scozzese abbia ricevuto meritatissimi riconoscimenti letterari, in primis il Premio Boardman-Tasker 2012.

 

 

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