Apuane. 100 mila firme per fermare la catastrofe

Un fiume di tempera rossa, di quella che usano i bambini alla scuola materna, ha macchiato i candidi marmi di Carrara. La provocazione messa a segno da due artisti carraresi, l’ex cavatore Romeo Buffoni e il giovane Romeo Alessandroni (in arte Robo), durante l’inaugurazione della Marble Week, kermess che trasforma in questo inizio d’estate il centro storico in showroom di oggetti di design e scultura, è stata ripresa dai principali notiziari nonostante il solerte intervento dalle autorità, preoccupate di tutelare l’immagine della “capitale mondiale del marmo”. Sotto il braccio di una ruspa installata davanti al palazzo civico i due artisti avevano sistemato un manichino grondante sangue. Intanto a Firenze il Consiglio regionale si arrovellava su come risolvere il rebus delle cave apuane. Il nuovo Piano paesaggistico regionale voluto dall’assessore all’urbanistica Anna Marson aveva tra gli obiettivi chiudere progressivamente le cave all’interno del parco regionale (e Geoparco Unesco) delle Apuane: in tutto 70 cave di varie dimensioni, da quella che ha eroso il Passo della Focolaccia a 1640 metri di quota a quelle che intaccano le pareti del Pizzo di Uccello e del Monte Sagro, sconfinando in siti di interesse comunitario protetti dalla Rete Natura 2000.

Il nuovo Piano paesaggistico toscano è stato approvato martedi 3 luglio dopo giorni di passione: due giorni di “serrata” delle cave imposta dagli industriali del marmo e dai loro operai, e tra le civili proteste delle numerose associazioni ambientalistiche, fra cui Italia Nostra, il Club Alpino Italiano e la rete Salviamo le Apuane, forti di quasi centomila firme raccolte tramite la piattaforma online Avaaz per limitare e arginare quella che viene definita una continua catastrofe ambientale.

Piazza Alberica a Carrara
Piazza Alberica a Carrara.

La lobby degli industriali del marmo ha portato la Commissione ambiente del Consiglio regionale, in quota PD, all’elaborazione di numerosi emendamenti che hanno stravolto l’impianto della legge. Non solo le cave all’interno del Parco non verranno chiuse, ma sarà possibile ampliarle e riaprire cave chiuse da vent’anni. Non si potrà invece aprirne di nuove e bisognerà lavorare in loco almeno la metà del materiale escavato.

Inoltre non si potrà scavare sopra i 1200 metri di quota per non “scapuzzare” le vette – così si è espresso il governatore Enrico Rossi. Prescrizione questa peraltro già in vigore, per quanto mai fatta rispettare. Anche sulle norme di gestione ambientale delle singole cave la norma regionale appare ferrea, ma non si capisce bene chi vada poi a controllare come i cavatori smaltiscono i materiali.

“Nel parco sono censite almeno 2000 grotte: la marmettola, scarto di lavorazione del marmo, ma anche olii esausti e benzina si infiltrano negli interstizi e inquinano le cavità sotterranee e l’acqua, uccidendo la vita naturale. Basta entrare nell’antro del Corchia per rendersene conto”, ha dichiarato Franca Leverotti, consigliera nazionale di Italia Nostra che ha già presentato alla UE due denunce per infrazione delle leggi europee di protezione della natura contro il Parco e la Regione. “Grazie a questo Piano regionale – ha commentato Leverotti – sono moltissime le cave che potrebbero essere riattivate, con conseguenze molto negative per gli ecosistemi”.

Le cave di marmo portano da centinaia di anni grande ricchezza (a pochissimi) e lavoro alla comunità locale. Con la globalizzazione sempre di più la filiera di lavorazione dei blocchi (segagione ecc) è stata delocalizzata in paesi dove la manodopera costa meno, aumentando i profitti.

Molti blocchi vengono venduti in nero direttamente sui piazzali di cava. Ora la Regione Toscana, per motivare il compromesso raggiunto tra ragioni economicistiche e tutela dell’ambiente, pone come obiettivo che 50% del materiale escavato venga lavorato in loco.

Il governatore Rossi ha fatto appello in tal senso agli industriali più “sensibili”, e si è dichiarato pronto a fare la sua parte. Il fatto che proprio in questi giorni sia in atto la trattativa per cedere il 50% delle azioni della Marmi Carrara, uno dei colossi dell’escavazione apuana che detiene circa un terzo delle concessioni attive sul territorio comunale, alla potente holding saudita dei Bin Laden, non lascia presagire che le cose vadano proprio nella direzione auspicata dal governatore della Toscana.

Monumento cavatori
In “questo marmo tribolato” è scolpito a Carrara il monumento all’anarchico Alberto Meschi.

La trattativa che tiene col fiato sospeso la città prevede la cessione ai costruttori sauditi delle concessioni sulle cave per un prezzo di circa 50 milioni di euro, che verrebbe incassato dalle tre famiglie carraresi titolari della società. Come verranno poi investiti questi soldi? Secondo il sindaco di Carrara Angelo Zubbani i Bin Laden si sono impegnati a investire sul territorio, anche se non è chiaro in che modo. Ma una volta titolari di un terzo delle concessioni, chi o che cosa potrà impedirgli di portare il marmo a lavorare altrove (cosa che del resto fanno già da tempo anche gli imprenditori carraresi, compreso un ex sindaco socialista)?

E’ opportuno a questo punto ricordare ai pazienti lettori di MountCity che i bacini marmiferi apuani rappresentano un’anomalia in Italia, in quanto vengono disciplinati e regolati dal Comune di Carrara (e dal Parco delle Apuane) anziché dallo Stato come avviene nel resto del Paese. Questo in virtù della loro eccezionalità storica e paesaggistica, secondo una tradizione legislativa che si rifà al diritto medievale e alle leggi estensi (buona parte delle cave di Carrara, abusivamente occupate alla fine del Settecento, ancora oggi non pagano tributi in virtù di una sanatoria deliberata da Baeatrice d’Este).

Gli enti locali sono evidentemente ostaggio di potenti interessi, società che realizzano 5 milioni di fatturato avendo a libro paga solo 40 dipendenti. Anche sulle reali ricadute occupazionali del lapideo i dati sono opachi: un balletto di cifre che va dal migliaio di addetti dichiarato dagli estensori del Piano paesaggistico regionale, ai quindicimila addetti dell’indotto dichiarati da Confindustria. Ci resta solo da sperare che la Corte dei Conti voglia finalmente prendere in considerazione il danno erariale procurato dall’attuale gestione delle cave, come già evidenziato dalla sentenza 488/1995 della Corte Costituzionale, secondo cui i Comuni di Massa e di Carrara devono adeguare i canoni al valore del marmo estratto. Cave che, secondo il Regolamento di cui si è dotato unico in Italia il Comune di Carrara a partire dai Novanta, dovrebbero essere beni indisponibili, cioè soggetti a canone. Ma poi le concessioni vengono subaffittate, addirittura vendute…

Testo e foto di Matteo Serafin

Murales a Carrara
Così nei murales di Carrara viene rappresentato lo sfruttamento delle Apuane.

Ulteriori informazioni

• Le Alpi Apuane e l’estrazione selvaggia (Il Fatto Quotidiano)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/01/le-alpi-apuane-e-lestrazione-selvaggia/897161/

• Arpat: tredici cave controllate, solo una in regola (La Nazione)

http://www.assindustriams.it/?p=49523

• Cave nel Parco, dossier inviati alla UE e all’Unesco (Il Tirreno)

http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2014/06/17/news/cave-nel-parco-dossier-inviati-alla-ue-e-all-unesco-1.9442560

• Le Cave di Carrara ai Bin Laden (Corriere della Sera)

http://www.corriere.it/cronache/14_giugno_18/cave-carrara-bin-laden-c27a2b84-f6eb-11e3-a606-b69b7fae23a1.shtml

• Le Apuane trasformate in dentifricio: il più grande disastro ambientale d’Europa (Lo Schermo)

http://www.loschermo.it/articoli/view/29651

0 thoughts on “Apuane. 100 mila firme per fermare la catastrofe

  • 05/07/2014 at 14:05
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    Questo delle cave di marmo nelle Apuane è uno degli scandali del nostro bistrattato Paese. Invito tutti a firmate sulla piattaforma online Avaaz per sollecitare chi di dovere (il Comune di Carrara e la Regione Toscana) a prendere i giusti provvedimenti. E perché non venga permesso di vendere pezzi del “nostro” territorio.

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