Un medico spiega la “miracolosa” guarigione di Benet

“Rinascere in quota” era il tema nel 2013 di un convegno a Trento della Società di medicina di Montagna. C’è chi dopo un trapianto di fegato o di reni ha salito il Kilimanjaro e chi i quattromila delle Alpi. Una cosa è certa: tornare in montagna per chi ha subito trapianti anche importanti è una possibilità concreta e – se affrontata nei giusti termini – anche salutare. Idem per chi ha superato oppure è in buoni rapporti con le neoplasie, ovvero è portatore di bypass coronarici. Oggi la medicina ha fatto passi da gigante, regalando nuove possibilità ai pazienti. E la conferma è venuta da Romano Benet, alpinista himalayano di eccellenza e uomo di grande forza interiore che il 27 maggio 2014 è salito in vetta al Kanghcenjunga (8586 m) dopo avere affrontato e vinto, a prezzo di una lunga degenza, una “aplasia midollare severa”: in pratica il suo corpo non produceva più midollo, globuli rossi e piastrine. Proprio su quel Kanchenjunga si era rivelata la malattia di Romano. E su quella montagna lui ha scelto di tornare con Nives Meroi, sua moglie nonché compagna di straordinarie avventure a quota ottomila, stabilendo un nuovo primato. Ora Nives e Romano sono la coppia con più ottomila (dodici) all’attivo.

Ma come si è potuta realizzare questa rinascita in quota? Mount City lo ha chiesto a Oriana Pecchio, medico di montagna, scrittrice, giornalista e alpinista agguerrita. “Credo che Nives Meroi e Romano Benet”, spiega la dottoressa Pecchio, “rappresentino un esempio di quanto possa fare il cervello anche per andare in alta quota. Romano aveva il fisico prima della malattia e continua ad averlo. Il Kangch è la dimostrazione più evidente della sua guarigione. La fiducia e l’appoggio reciproco hanno fatto il resto, sono stati il quid in più che ha dato loro la capacità di salire il dodicesimo ottomila senza ossigeno. Credo che in alta quota le potenzialità cerebrali siano ancora molto da indagare: tranquillità, serenità, fiducia nella terapia e nelle proprie ritrovate capacità fisiche potrebbero essere alla base per una respirazione più profonda e tranquilla che permetterebbe una miglior ossigenazione in alta quota. Un’ipotesi ovviamente da verificare, ma potrebbe essere alla base del loro successo e della rinascita di Romano”.

Cone si è detto, Nives e Romano sono la coppia al mondo con il maggior numero di ottomila saliti: Nanga Parbat (8125 m -1998), Shisha Pangma (8046 m -1999), Cho-Oyu (8202 m- 1999). Nel 2003, in soli venti giorni salgono Gasherbrum II (8035 m), Gasherbrum I (8068 m) e Broad Peak (8047 m), seconda cordata al mondo ad aver realizzato un’impresa simile e Nives prima donna in assoluto nella storia dell’alpinismo. Lhotse (8516 m – 2004), Dhaulagiri (8164 m – 2006), K2 (8611 m – 2006), Everest (8850 m – 2007) e Manaslu (8163 m – 2008) e ora il Kangchenjunga (8586 m) completano l’elenco.

E a proposito di quest’ultima scalata occorrerebbe probabilmente riprendere il non facile discorso aperto al citato convegno di Trento delle strategie da adottare perché il “risorgere in quota” possa diventare una diffusa procedura con importanti ricadute sociali. Qualche tempo fa esercitava una certa attrazione il progetto Livestrong rivolto agli sfortunati portatori di neoplasie dal vituperato Lance Armstrong al termine dei suoi sette Tour de France vinti, come si sa, con il determinante contributo del doping. Chi ha messo il naso nel sito tutto colorato di giallo di Livestrong, ha ricevuto per anni inviti a contribuire acquistando magliette e altro a beneficio della ricerca sul cancro.

Pecchio copia
Oriana Pecchio

“Forniamo supporto per guidare le persone attraverso l’esperienza del cancro, metterli insieme per combattere il cancro, e lavorare per un mondo in cui la nostra lotta non è più necessaria”, era la bella frase che campeggiava sul sito per volere di Armstrong, il texano dagli occhi di ghiaccio che prima di diventare un problematico campione era sopravvissuto a un tumore ai testicoli. Ora è abbastanza plausibile che in Italia nessuna organizzazione possa, meglio della Società Italiana di Medicina di Montagna, gestire un progetto del genere. Basta leggere lo statuto in cui si rileva che tra gli scopi della SIMM c’è anche quello di “promuovere studi sulla frequentazione della montagna da parte di soggetti con patologie croniche ed informare i medici di medicina generale”. Avanti così, dunque, cari amici medici di montagna e auguri per il vostro lavoro da parte di uno dei tanti che hanno provato l’ebbrezza di rinascere in quota dopo i benefici supplizi della circolazione extracorporea della terapia intensiva.

Ser

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