L’Everest e gli sherpa alla resa dei conti

Portatori f. Renato Moro
Portatori in azione a quota ottomila (ph. R. Moro).

Per gentile concessione di Montagna Tv, pubblichiamo uno scritto di Agostino Da Polenza intitolato all’origine “L’Everest e gli sherpa, è giunto il tempo della resa dei conti”. Alpinista e manager, Da Polenza è tra i maggiori conoscitori dell’ambiente himalayano, oggi alla guida del Comitato Evk2Cnr una delle più note organizzazioni del mondo a occuparsi di ricerca scientifica in alta quota.

I cambiamenti epocali dentro i sistemi socio-economici, siano essi grandi come gli Stati o limitati a categorie professionali fortemente caratterizzate come quella dei lavoratori dell’alta montagna della valle dell’Everest, spesso avvengono per fatti traumatici se non violenti. É quello che é accaduto e sta avvenendo in questi giorni in Nepal.

Sono 20 anni che attorno all’Everest si consuma una storia folle, i cui unici protagonisti di buon senso sembrano essere per l’appunto gli sherpa, i lavoratori stagionali che in primavera e autunno sono impegnati ad attrezzare la via di salita alla vetta, accompagnare, accudire, sospingere , trascinare, alimentare, ossigenare e talvolta portare a pisciare, anche questo accade , i loro sahib ricchi e vanagloriosi. Perché di questo da vent’anni si tratta.

Di alpinisti, lì se n’é visti ben pochi a esercitarsi in attività che avessero una qualche attinenza con quello che Cassin, Bonatti, Terray, Hillary, Diemberger o Messner ci hanno insegnato riguardo all’alpinismo, alle motivazioni, allo spirito, ai valori. Unico valore di questi ultimi emuli è il poter dire e raccontare di esser arrivati sulla vetta dell’Everest, anche se va riconosciuto, oltre che con il portafoglio anche con fatica e sacrificio, nonostante l’aiutone degli sherpa.

Ma si tratta, in particolare per l’Everest, di turismo, di “industrializzazione” di un’attività ludico-sportiva. Che però, nella componente diritti dei lavoratori, tutela dell’ ambiente, partecipazione socio economica allo sviluppo locale (tasse e loro utilizzo), etica, é stata gestita da parte dei “clienti-alpinisti” con metodi medioevali, dal sapore fortemente neocolonialistico.

Anche nell’informazione c’é qualche pecca, ad esempio non si è parlato in questi giorni del Sagarmatha Pollution Control Commitee, SPCC, che é un’associazione privata riconosciuta dal Governo Nepalese e dalle autorità della valle del Khumbu, quella che porta all’Everest. É l’organizzazione che tiene pulita la valle. Installano punti di raccolta dell’immondizia lungo i sentieri e nei villaggi, la differenziano, la trasportano in luoghi di smaltimento, ultimamente a Namche Bazar, villaggione capitale della valle.

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Uno sherpa, Minuzzo e Carrel in vetta all’Everest nel 1973 in occasione della prima scalata italiana al tetto del mondo.

Li, con EvK2CNR ed Ecohimal, una ONG austrica nepalese, é stato installato un impianto di raccolta, differenziazione, combustione per parecchie tonnellate di immondizia prodotte annualmente dall’industria del turismo. Ma SPCC per fare tutto questo, oltre a ricevere “doni” da organizzazioni come EVK2CNR e Ecohimal, raccoglie i soldi attrezzando la prima parte della salita dell’Everest , mantenendola percorribile per tutta la stagione turistico- alpinistica. Si, proprio quella parte dove in aprile sono morti i 16 lavoratori della montagna.

Ognuno di loro avrebbe lasciato una parte importante del suo salario in favore del SPCC, della qualità dell’ambiente e della vita loro e dei loro ospiti. La morte di questi lavoratori oltre che dolorosa rischia di essere anche odiosamente mal raccontata.

Non é una rivolta la loro, ma la richiesta di diritti per le loro famiglie per la qualità della vita in quelle valli. Basta pensare che il futuro delle famiglie degli sherpa deceduti sul lavoro é stato finora lasciato al buon cuore di associazioni come Himalayan Trust, fondata da Hillary o alla Fondazione Benoit Chamoux, che ho l’onore di presiedere, e che negli ultimi anni ha investito decine di migliaia di euro nell’educazione degli orfani.

Ora gli sherpa chiedono alle istituzioni un formale e legale riconoscimento dei rischi del loro lavoro e tutele. Non mi piace, per nulla, l’alpinismo delle spedizioni commerciali. Riduce splendide montagne a dei Luna Park, toglie loro l’anima che secoli di storia e cultura aveva ad esse affidata. E mi ha sempre stupito che alpinisti di fama e ideologia sociale, lo abbiano usato e avvallato.

Ora é però giunto il tempo della resa dei conti. Gli sherpa vogliono tutele, coperture dei rischi per sé, per le loro famiglie, per la loro valle e società. Tutto questo avrà un costo per i turisti e per gli alpinisti, anche per lo stato nepalese, che non potrà più incassare royalties dal turismo senza nulla dare in cambio alla popolazione sherpa.

Anche se questo non eviterà di certo la caduta di seracchi o le valanghe e la morte di altri lavoratori o clienti. Il rischio montagna da quelle parti rimane elevatissimo. Metterà però ordine e diritto in un mestiere che é il cuore dello sviluppo turistico di una valle. Speriamo.

Agostino Da Polenza

 

Ago 2004Da Polenza e la scalata (al K2) che cambiò la sua vita

Si dice che ogni 28 anni cambi la vita di un uomo. Di anni ne aveva 28 Agostino Da Polenza il 31 luglio 1983, quando compì la prima salita italiana al K2 dal versante Nord insieme con Joseph Rakoncaj. Oggi Da Polenza (Gazzaniga, Bergamo, 1955) è alla guida del Comitato Evk2Cnr, una delle più note organizzazioni del mondo a occuparsi di ricerca scientifica in alta quota.

Era ancora uno studente delle scuole superiori quando si avvicinò al mondo della montagna. Le sue prime scalate furono sulle Alpi: compì alcune tra le più difficili ascese dell’Arco alpino, come per esempio la via degli Americani al Dru, in Alta Savoia.

L’anno dopo  i suoi orizzonti alpinistici si estesero ben oltre l’Europa. Il 1981 fu l’anno della svolta: Agostino era per la seconda volta in Himalaya, meta il Lhotse. L’obiettivo fu mancato, non arrivò in cima (8516 metri), ma a 8mila metri sì. Fu il suo battesimo alle alte quote.

Nel 1983 celebrò il suo primo grande successo in Karakorum sul K2 che diventerà la montagna della sua vita. Agostino con Rakoncaj toccò il cielo del K2 il 31 luglio. Si trattò della prima scalata italiana della parete Nord. Ovviamente in puro stile alpino, cioè senza ossigeno.

A partire dall’anno dopo iniziò a concretizzarsi una serie di iniziative intorno al mondo dell’alpinismo e della montagna che oggi caratterizzano profondamente l’attività di Da Polenza. Nel 1984 fondò e diresse fino al 1987 “Quota 8000”, il primo progetto integrato di alpinismo, cultura e comunicazione. Nel 1988 fondò e gestì con l’amico Benoit Chamoux il progetto “Esprit d’Equipe”, la più importante operazione di squadra nella storia dell’alpinismo e della comunicazione alpinistica. Continuava così a percorrere la strada delle grandi imprese, ora da organizzatore, ora da responsabile logistico. Furono saliti l’Annapurna (8091 metri), il Manaslu (8163), il Cho-Oyu (8201) e lo Shisha Pangma (8046 metri).

Nel 1989 con l’amico Ardito Desio, capo spedizione della prima salita al mondo sul K2, fondò il Comitato Ev-K2-CNR, un progetto di ricerca scientifica, tecnologica e di cooperazione in Himalaya, Karakorum ed Hindu Kush, il cui cuore organizzativo è rappresentato dal “Laboratorio-Osservatorio Piramide”, collocato nel 1990 a 5050 metri d’altezza, nella regione nepalese del campo base dell’Everest. Si tratta di un centro d’eccellenza internazionale per la ricerca d’alta quota che oggi porta il nome del professor Desio.

Nel 2004 un altro successo sancisce definitivamente le doti di Da Polenza quale organizzatore di spedizioni alpinistico scientifiche: è capo spedizione di “K2-2004, 50 anni dopo” impresa realizzata in occasione del 50esimo anniversario della salita del K2. In questa occasione è stata rimisurata la vetta della montagna più alta della terra e sono state effettuate, sia all’Everest sia al K2, ricerche scientifiche di varie discipline.

Da Polenza è anche un benemerito della divulgazione culturale e scientifica legata alla montagna. Ha scritto libri di grande interesse e organizzato eventi epocali. Tra questi, alla fine dello scorso millennio a Milano, con il patrocinio della Regione Lombardia e la sapiente regia di Rolly Marchi, una serie di iniziative con mostre d’arte, cimeli e fotografie, incontri, spettacoli e con un’irripetibile e spettacolare sfilata per le vie del centro con cento glorie dell’alpinismo arrivate da ogni continente.

0 thoughts on “L’Everest e gli sherpa alla resa dei conti

  • 29/05/2014 at 11:25
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    Grazie Agostino…. Non lontano da quel che penso io…

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