Fermate questo gioco di fantasmi!

Genitori Henry e Vincendon a Chamonix
Nel 1957 lo sgomento dei genitori di Henry e Vincendon, i “naufraghi del Monte Bianco”, nell’apprendere che la sorte dei figli è segnata.

“Che cosa ne pensa delle malattie mortali?”. E il tipo di rimando: “Ah, guardi, io sono contrario”. Come il signore della celebre battutaccia di Marcello Marchesi, tutti noi siamo tendenzialmente contrari alla morte. Perciò non si vede per quale ragione dovremmo chiudere un occhio quando e se la Signora con la Falce miete vittime in montagna con la solerzia che sappiamo, specie negli ultimi tempi.

Ma un conto è dirsi contrari e un altro è attivarsi perché “ci sia una montagna per la vita e non per la morte” come ha auspicato Roberto De Martin, presidente del TrentoFilmfestival che in primavera ha ospitato Oreste Forno e ne ha rilanciato l’appello agli alpinisti perché abbiano più rispetto per la vita, quella degli altri compresa.

Già lo si si sapeva. Il nervo è scoperto. L’argomento è scabroso, suscitatore di diffidenze e malumori. E di scongiuri, naturalmente. Dell’appello di Forno si era parlato in aprile su MountCity. Ma ora è giocoforza tornarci sopra con qualche contorcimento prima che qualcuno, per il quieto vivere e per non danneggiare l’immagine della montagna così bisognosa per la sua stessa sopravvivenza di visioni positive, vi stenda sopra una cortina fumogena.

Forno merita la massima considerazione, prima di tutto perché, da alpinista di razza, sa che cosa vuol dire rischiare la vita in montagna. Lo conosco come persona integerrima, un po’ idealista. E poi non ha nemmeno l’aggravante di fare di mestiere il giornalista e di sproloquiare sulla montagna assassina (chissà perché le disgrazie in montagna non passano mai inosservate sui giornali a differenza di tante altre disgrazie stradali e domestiche…).

Personalmente, benché rappresentante della vituperata categoria dei giornalisti o forse proprio per quello, mi schiero con l’amico Oreste. In quel quarto di secolo in cui mi sono occupato della stampa sociale del Club Alpino Italiano ne ho visti morire tanti (troppi, a mio modesto avviso) tra gli alpinisti “che contano” dopo avere talvolta instaurato con loro un rapporto di amicizia.

Se in quel periodo della mia vita mi fossi occupato di sport motoristici considerati ad alto rischio, sarebbe stato lo stesso? Forse è una questione di statistiche: i piloti di formula uno, superprotetti nei loro abitacoli, rappresentano un gruppo ristretto mentre di alpinisti il mondo per fortuna è pieno. E poi vai a sapere quanti si ammazzano gareggiando nei rally o in competizioni “minori”…

Accolgo comunque ben volentieri l’invito di Forno a martellare sull’argomento, scusandomi se urto la suscettibilità di qualcuno fra gli alpinisti che si sente martellato. C’è bisogno di una tregua? Alcune sciagure pongono in effetti imbarazzanti domande alle quali Forno cerca di dare risposta nel suo documento. Non nascondiamoci dietro un dito.

Ma si, l’alpinismo non può continuare a trasformarsi in un gioco di fantasmi che ormai non appassiona più nessuno. “Di fronte al dolore causato dall’ennesima tragedia che ha avuto come teatro il Pilone Centrale del Freney, nel Gruppo del Monte Bianco”, spiega Forno nel citato documento che ha per titolo “La montagna per la vita” (andatevelo a leggere su Gogna blog), “ho sentito un rabbioso bisogno di alzare ancora di più la voce. Sarà che di dolore ne ho già visto troppo, sarà che non concepisco più che un ambiente dove si va per Vivere con la V maiuscola diventi troppo spesso terreno di morte”.

Morte Tony Kurz
La tragica fine di Toni Kurz nel 1935 all’Eiger.

Qualcosa si deve e si può fare allora, oltre ad alzare la voce come fa Forno e senza ricorrere a divieti. Ma che cosa? Più di dieci anni fa Joe Simpson, autore dello straordinario best seller “La morte sospesa” (Vivalda, 1998), si è detto convinto nel “Richiamo del silenzio” (Mondadori, 2003) che “una punta acuminata che sporgesse dal volante a dieci centimetri dal petto del guidatore” sarebbe il dispositivo di sicurezza più efficace per ridurre gli incidenti sulla strada. Cinture vietate, naturalmente. “Più o meno”, ha concluso, “la stessa cosa è accaduta nell’arrampicata. Il miglioramento dei materiali e delle attrezzature concorre a rendere le salite più difficili e pericolose. E’ un circolo vizioso, magari divertente”.

Il circolo vizioso di cui parla Simpson, bisogna ammetterlo, si è innescato con la nascita dell’alpinismo. De Saussure nei “Voyages dans les Alpes” asseriva che correre un rischio porta in sé il proprio compenso: mantiene viva la “costante agitazione” del cuore. “Da quel momento”, spiega oggi lo scrittore alpinista inglese Robert MacFarlane (“Quando le montagne conquistarono gli uomini”, Mondadori 2005), “la ricerca del rischio, il deliberato mettersi in condizioni di provare paura divenne cosa desiderabile: un genere di lusso”.

D’accordo, il destino tende agguati tremendi anche quando il rischio non lo si va a cercare, non lo si corteggia. Si va in pensione, si crede di avere ritrovato la libertà dopo avere tanto tirato la carretta e, come racconta quel tale su uno dei tanti blog alpinistici, si è ghermiti da una tremenda malattia. D’accordissimo. Ma vi assicuro per esperienza personale che talvolta dalle tremende malattie se ne esce, pur tra indicibili sofferenze, con un pizzico di fortuna e con i determinanti contributi dei bravi medici. E si torna a vivere.

Leggo ancora nel libro di MacFarlane (che di rischi da bravo alpinista ne ha presi, più o meno consapevolmente, parecchi), un particolare che mi colpisce. Nella buona stagione, spiega, a Chamonix muore in media in montagna una persona al giorno. ”Ma di queste assenze non ce ne accorgiamo”, osserva.”Nei bar non si vedono posti vuoti gelosamente protetti dagli amici in lacrime, per le strade non si incontrano parenti straniti, distrutti dal dolore. Unico indizio è il rombo degli elicotteri del soccorso. Spesso si vede qualcosa penzolare sotto l’elicottero in volo. Di solito è un sacco di immondizia; a volte un sacco che contiene un cadavere”.

Forno vorrebbe suggerire che per sentirsi vivi non è necessario mettersi nelle condizioni di finire in quell’orrendo sacco di cui parla MacFarlane, anche se tanta gente questo inconsciamente sembra cercare. La vera sfida è cercare sempre più di non farsi mettere nel sacco, in quel sacco.

Non si fa troppe illusioni l’amico Oreste, ma nel tracciare un primo bilancio di questa sua missione non certo velleitaria si compiace che se ne sia parlato su Mountain blog, che il suo appello abbia acceso dibattiti nella rete, che Giovane Montagna annunci di pubblicare il documento facendo seguire un forum, che anche Mountain Wilderness abbia chiesto di poterlo pubblicare, e che analoghe richieste gli siano arrivate dal Cai di Vittorio Veneto, dagli Annuari di Bergamo e di Sondrio.

Anche MountCity auspica nel suo piccolo che se ne discuta. Almeno questo. Forza Oreste, non ti arrendere. Siamo in tanti (o no?) a pensarla come te.

Roberto Serafin

Per ulteriori notizie su Oreste Forno e la sua produzione letteraria vedi http://www.oresteforno.it/

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